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“Cercate il bene della città”

Meditazione di Emidio Campi su Geremia 29:7 in occasione della Domenica del ringraziamento, pentimento e preghiera Zurigo, 20 settembre 2020

 

La terza domenica di settembre in Svizzera si celebra la Giornata federale di ringraziamento, pentimento e preghiera. La sua origine risale al Medioevo, quando l’autorità civile prescriveva giorni di preghiera in occasione di eventi sconvolgenti come pestilenze o carestie. La consuetudine rimase viva anche dopo la Riforma sia nei cantoni cattolici sia in quelli riformati. Questi ultimi vi aggiunsero giorni di digiuni e collette per i correligionari in difficoltà (ad esempio in occasione dell’eccidio dei valdesi nel maggio 1655 o per la diffusione della peste in Olanda).[1]

La Giornata federale del ringraziamento è però legata più strettamente alla nascita della Confederazione elvetica nel 1848. Nella nuova compagine statale, frammentata linguisticamente, politicamente e religiosamente, essa assurse a simbolo di unità nazionale e di pace confessionale. In tempi più recenti, la ricorrenza è diventato uno strumento utile e sempre più diffuso per interrogarsi sui valori fondamentali del paese e per promuovere la tolleranza e il rispetto verso persone di fedi o opinioni diverse da quella propria.

Ha ancora posto nella nostra società laica e secolarizzata questa festività? Dobbiamo essere sinceri e ammettere che per la mentalità razionale di oggi è difficile, se non impossibile, pensare a un Dio irato, che punisce o interviene, in nome di una giustizia da noi pensata umanamente, per sanzionare i nostri comportamenti e forzarci al bene. Abbiamo perduto anche l’immagine di un Dio che può liberarci qui e ora dal male, in cui soffriamo.

Eppure, a ben guardare, in questo scorcio di 2020, mentre cominciamo a renderci conto che il trauma della pandemia muterà a fondo alcuni elementi fondamentali della nostra società, quell’antica usanza medievale appare niente affatto anacronistica, anzi addirittura opportuna. Sentiamo forte l'esigenza di fermarci un momento per riflettere su noi stessi e sul concetto del bene comune , cioè discutere, dialogare, dibattere sull’insieme di principi che rendono la vita collettiva di un paese funzionante e pronta ad evolvere utilizzando al meglio le proprie risorse. La nostra società, il nostro continente hanno bisogno di energie nuove, e anche di intelligenza nuova. Diciamo di più: oggi noi avvertiamo chiaramente che un paese non può alla lunga superare situazioni critiche come quella attuale, qualora non riesca a valorizzare e regolare forme di collaborazione tra cittadini, associazioni e istituzioni pubbliche per la gestione del bene comune.

Così la Giornata federale – non imposta ma proposta dall’autorità civile - può diventare per tutti l'occasione per ripensare l’esperienza di fragilità che abbiamo vissuto, per rivedere criticamente le nostre abitudini di vita, indipendentemente dalle motivazioni profonde che ci spingono ad impegnarci per una società più giusta e solidale. Per coloro che non professano una fede religiosa ciò può assumere il carattere di un dibattito sui temi economici, sociali o istituzionali, per le credenti e i credenti di qualsiasi religione, può significare un momento di raccoglimento in preghiera. Non per affrontare meglio su base individuale la crisi e i timori ad essa associati. Piuttosto, per imparare ad affrontare al livello più elementare, quello di ogni giorno, la propria responsabilità nella vita associata.

Vorrei fare due rapidi esempi:

La Giornata federale cade nello stesso giorno in cui in Italia ha luogo un importante referendum indetto per approvare o respingere la legge di riduzione del numero dei parlamentari. Quelli tra noi che hanno la cittadinanza italiana hanno già votato per via epistolare, quindi si può parlarne, senza timore di fare propaganda per l’uno o l’altro schieramento. Tra le numerosissime prese di posizione che ho letto o ascoltato, mi ha colpito quella del teologo valdese Daniele Garrone [2], che diceva in sostanza questo: il problema non è se tagliare o non tagliare il numero di «poltrone», ma piuttosto di migliorare il sistema democratico parlamentare liberandolo dalle pesanti ingerenze dei vertici dei partiti nella elezione delle deputate e deputati. Prendendo spunto dalla evidente analogia tra il sistema parlamentare e la concezione riformata della chiesa – una gerarchia di assemblee, culminante nel sinodo –  egli suggeriva di intervenire nel grande dibattito di riforma in corso in Italia spiegando, per esempio, cosa significa per noi l’elezione dei nostri rappresentanti al sinodo o alle conferenze distrettuali, la loro disciplinata partecipazione al dibattito sinodale sia aula sia nelle commissioni, il loro rapporto con la comunità che li ha eletti, la gestione oculata e responsabile del denaro pubblico in modo da offrire un avvenire promettente anche alle generazioni future. In una parola: illustrare una concezione della democrazia e dello Stato in cui i governanti sono al servizio dei governati e non viceversa.  Ecco dunque un campo dove le chiese, senza tante chiacchiere e senza voler fare il maestro di nessuno, possono mettere in movimento le risorse di una fedele predicazione dell’evangelo che abbia effetti civili, etici, sociali.

Il secondo esempio riguarda l’esperienza del «lockdown». La Giornata federale del ringraziamento 2020 ha luogo dopo mesi trascorsi asserragliati nelle nostre case. Con la televisione o con i social vagavamo di nazione in nazione, di continente in continente per conoscere il dramma di milioni di persone colpite dall’infezione Virologhe e epidemiologi ci hanno spiegato tutto quello che c’è da sapere sulla malattia dal nome impersonale di «Covid-19», la prima del Terzo Millennio che colpisce l’intero genere umano.

Un po’ meno si è sentito parlare del fatto che nei paesi in via di sviluppo la pandemia si ripercuote più drasticamente sulla salute, perché mancano le più semplici cure mediche. E invece, come al solito, piove sul bagnato. Anche la crisi attuale colpisce in modo particolare le persone più indigenti e vulnerabili, facendole precipitare nella fame e nell’emergenza più assoluta. In questo contesto, vorrei segnalare l’azione sobria, incisiva ed efficace della HEKS e dell’8permille delle chiese valdesi e metodiste, come pure la recente richiesta del sinodo della Chiesa evangelica riformata in Svizzera alle autorità elvetiche di intervenire a favore dei profughi bloccati nel campo di Moria, sull’isola greca di Lesbos. Dinanzi a questa (molto prevedibile) catastrofe umanitaria, la CERS ha richiesto che la Confederazione non limiti il suo intervento al consueto invio di  esperti del campo logistico e medico, ma accolga anche un cospicuo numero di migranti, di cui le chiese si farebbero carico. [3] Ciò che unisce questi tre interventi, ai quali si deve aggiungere l’infaticabile lavoro di assistenza fornito dalla Caritas Svizzera,  è il convincimento che la giustizia sociale non comprende solo i nobili ideali di pace, libertà, uguaglianza, ma include anche il pane quotidiano, la casa, il cibo, il sapone, il libro per tutti. Possa la odierna Giornata federale essere l’occasione per ravvivare in noi questo senso della giustizia sociale.

Ci aiuti in questa riflessione la preghiera composta dal teologo protestante tedesco-statunitense Richard Niebuhr mentre infuriava la Seconda Guerra mondiale: «Dio, donaci la grazia di accettare con serenità le cose che non possono essere cambiate, il coraggio di cambiare le cose che devono essere cambiate, e la saggezza di distinguere le une dalle altre».

Emidio Campi


[1] Testo in: E. Campi, P. Wälchli, Zürcher Kirchenordnungen, Zürich 2011, v. 2, N. 323 N.324, p. 1056-1057, 1058-1059.

[2] Riforma, n. 34, 11 settembre 2020, p. 14

[3] Voce evangelica, 14 settembre, http://www.voceevangelica.ch/voceevangelica/home/2020/09/Chiesa-riformata-Svizzera-Moria.html